La Rappresentazione
Fedele all’impostazione kantiana, Schopenhauer rileva nel primo libro de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione (1818) che quello che vediamo e percepiamo è qualcosa di mediato dalle forme a priori dell’intuizione. Tutti i fenomeni si manifestano entro la struttura dello spazio, del tempo e della causalità, che Schopenhauer chiama “principi di ragione sufficiente”, intendendo le necessità di ragione che fanno da precondizione a ogni possibile manifestazione. Spazio, tempo è causalità non sono proprietà della realtà in sé, ma precondizioni della realtà presenti nel soggetto: il mondo esiste solo in relazione a un soggetto che lo percepisce, che lo rappresenta secondo le forme consentite.
La Volontà
Ma diversamente da Kant, Schopenhauer mostra come la cosa in sé, cioè la realtà che si trova al di là della forma mediata dal soggetto, non può essere essa stessa un oggetto, poiché l’oggetto si esaurisce interamente nella rappresentazione secondo i modi stabiliti dal principio di ragione. L’oggetto è in tutto e per tutto tempo, spazio e causalità, tolte queste proprietà, dell’oggetto non rimane più nulla. Per accedere alla cosa in sé l’uomo ha a disposizione il suo corpo, che certamente è un oggetto fra gli oggetti, quindi in tutto e per tutto rappresentazione, ma è anche un oggetto dominato da un intimo impulso ad agire che Schopenhauer chiama Volontà. La Volontà è il “perché” dell’oggetto, la rappresentazione può descrivere solo il suo “come”, è la cosa in sé accessibile attraverso il corpo, tolto il mondo del fenomeno, ciò che rimane è la pura Volontà. Le sue qualità si possono ricavare per via negativa: la Volontà non è né spazio né tempo, quindi è senza forma e senza fine, la Volontà non è soggetta alle leggi di causalità, dunque è impulso libero, irrazionale, è sforzo incessante senza altro scopo che non sia la volontà di continuare a volere.
L’oggettivazione della Volontà
La Volontà non è solo nell’uomo, è l’intima essenza atemporale del mondo che agisce in tutte le cose: nelle leggi della fisica, nelle forze che tengono unita la materia, nell’impulso che protende le piante verso la luce e in quello che anima tutte le forme viventi, tutto è Volontà, la stessa che ognuno percepisce dentro di sé come impulso ad agire. Partendo dalle manifestazioni più semplici delle leggi della natura, incoscienti e meccaniche, la Volontà si oggettivizza via via in organismi sempre più complessi e coscienti, fino ad arrivare all’uomo, in cui diventa cosciente di se stessa servendosi dell’intelletto.
La rappresentazione è il modo che assume la Volontà per compiere la sua unica missione, quella di continuare a volere. L’ordinamento razionale del mondo è l’abito che assume la Volontà per oggettivarsi e riprodurre incessantemente e senza scopo la vita. La Volontà si oggettivizza nel modo più immediato nell’essenza delle cose, archetipi eterni allo stesso modo delle idee platoniche, esse sono il ponte tra l’unità della Volontà e il molteplice delle forme fenomeniche. In ogni singolo oggetto si manifesta l’intera Volontà, gli aspetti quantitativi, la loro moltiplicazione, è affidata esclusivamente alle leggi che governano il fenomeno:
“La volontà si manifesta tutta intera e con la medesima forza in una sola quercia come in milioni di esse; il loro numero, il loro moltiplicarsi nello spazio e nel tempo, non ha alcun significato dal punto di vista della volontà.” [...] “Per mezzo del tempo e dello spazio l’idea si moltiplica in innumerevoli fenomeni, ma l’ordine con cui tali fenomeni si producono in quelle forme della molteplicità è saldamente determinato dalla legge di causalità [...] in forza della quale, spazio, tempo e materia sono ripartiti tra i fenomeni”, “È dunque solo perché quei fenomeni delle idee eterne appartengono tutti a una sola e medesima materia che deve esserci una regola del loro comparire e scomparire: se così non fosse, nessuno di loro farebbe posto all’altro.”
Alla Volontà occorre un modo che renda possibile la moltiplicazione infinita della vita, questo modo è la rappresentazione.
Il mondo è dolore
Poiché la Volontà si manifesta intera in ogni individuo, ciascun individuo si trova spinto a desiderare incessantemente, e visto che il mondo è finito, mentre la sua brama è infinita, essa si scontra inevitabilmente con le Volontà infinite degli altri individui. Questa condizione crea un conflitto permanente tra le forme viventi che lottano senza tregua per guadagnarsi il proprio spazio a scapito delle altre. Lotta e dolore sono condizioni intrinseche al mondo: ogni cosa lotta per appagare la sua sete di vita, ogni soddisfazione è fuggevole, alla momentanea soddisfazione segue presto una nuova insoddisfazione, e il desiderio riparte di nuovo in cerca di appagamento: “La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia”. Il mondo è in buona sostanza ciò che il pensiero orientale, al quale Schopenhauer espressamente si riferisce, chiama saṃsāra, il teatro dell’esistenza segnato costantemente dalla sofferenza e dalle fatiche del desiderio (ma la Volontà è sorda e cieca alla nostra sofferenza, il mondo è solamente il processo che le permette di riprodurre senza sosta le forme viventi).
Placare la Volontà: affermazione e negazione della Volontà di vivere
La quarta parte de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione è dedicata alla filosofia pratica, ma Schopenhauer mette subito in chiaro che una morale prescrittiva, che impone agli uomini il modo di agire, è pura illusione:
“da questo libro di etica non ci si deve aspettare alcuna prescrizione, alcuna dottrina dei doveri; tanto meno esso fornirà un principio morale generale, una sorta di ricetta universale capace di produrre tutte le virtù” [...] “ed è davvero una contraddizione evidente dire che la volontà è libera e tuttavia prescriverle delle leggi secondo le quali essa deve volere: ‘deve volere’ - un ossimoro!” [Schopenhauer usa qui l’espressione tedesca Hölzernes Eisen, ferro ligneo]
L’imperativo categorico kantiano non ha dunque alcun senso, non si tratta di prescrivere una morale, quanto di descrivere un processo cognitivo: riconoscendo la Volontà e il modo in cui si manifesta è la conoscenza stessa che agirà da quietivo nei confronti della Volontà.
Il modo in cui Schopenhauer intende spegnere la Volontà rimanda direttamente al pensiero orientale, si tratta di non bruciare più nel fuoco della Volontà attraverso la conoscenza di sé, così come prescrive la dottrina del nirvāṇa. Vi sono due vie di conoscenza per spegnere il dolore dell’esistenza, una affermativa, e un’altra negativa.
Affermazione della Volontà di vivere: comprendendo la profonda verità che la nostra essenza è in tutto e per tutto Volontà infinita, noi comprendiamo anche che siamo immortali. La morte non esiste, è un’illusione, a morire è solo la nostra individualità, il nostro aspetto fenomenico, ma quello che siamo nel profondo non ci potrà mai essere sottratto. L’istinto di sopravvivenza, che è la conseguenza più diretta della Volontà che vuole vivere all’infinito, ci tiene legati all’io, ma comprendendo che una volta sciolti dall’individualità confluiremo in una regione sempre salva dalla morte, l’illimitata regione della Volontà, in cui in fin dei conti da sempre ci troviamo, questa paura si placa e con lei la sofferenza.
Negazione della Volontà di vivere: l’altra via è quella che conduce alla negazione dell’impulso della Volontà. Posto che la Volontà non smette comunque mai di volere e di spingerci ad agire, la conoscenza nel meccanismo che ci fa oscillare tra un desiderio e l’altro ci può portare a volere di smettere di volere, smettendo di conseguenza anche di soffrire. È la via dei santi e degli asceti, quella dei monaci buddhisti, ma non c’è bisogno di raggiungere tali livelli di santità per spegnere in noi il pungolo della Volontà, basta conoscerne i modi in cui agisce su di noi.
Ma riguardo a queste due vie Schopenhauer avverte: “Il mio scopo può essere solo quello di esporle entrambe e di condurle entrambe alla chiara conoscenza della ragione, e non di prescrivere o di raccomandare l’una oppure l’altra, il che sarebbe tanto sciocco quanto inutile, dato che la volontà è in sé assolutamente libera, determina se stessa del tutto da sola e non ha alcuna legge”.
L’impossibilità del libero arbitrio
Un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole, scrive Schopenhauer, intendendo che non possiamo controllare i motivi che ci spingono a volere, le nostre azioni sono determinate da desideri che scaturiscono dalla nostra intima natura sulla quale non abbiamo alcun controllo. Agire è un essere vincolati alla volontà, e noi non agiamo tanto sulla volontà, quanto ne siamo piuttosto “agiti”. Il libero arbitrio di conseguenza non esiste, almeno relativamente al piano della rappresentazione. Nella rappresentazione infatti non esiste nulla che non sia motivato da qualcosa, tutto risponde al principio di ragione (alla legge di causalità), lo stesso volere umano, che a noi sembra così libero, è in realtà la proiezione della Volontà che agisce su di noi. Solo la Volontà è libera, essendo al di fuori del principio di ragione, tutto ciò che è rappresentazione deve manifestarsi invece in ossequio alla legge dello spazio, del tempo e della causalità.
L’individuo conosce le libere intenzioni della Volontà solo a posteriori. All’intelletto sembra di poter decidere tra due opzioni possibili, ma in realtà la Volontà ha già deciso. La volontà nella dimensione empirica si esprime in modo consequenziale, e non può essere altrimenti, glielo impone il carattere temporale della realtà: ogni decisione si manifesta singolarmente, la doppia natura della scelta (per esempio di "bere" o "non bere") appare solo in astratto, in concreto appare solo l'atto determinato dalla Volontà.
Si pensa inoltre che l’uomo può decidere autonomamente ciò che vuole essere, e questa sarebbe la libertà del volere, in realtà è il contrario, l’uomo è se stesso prima ancora che giunga la conoscenza di sé: “Ne segue che l’uomo non può decidere di essere fatto in un modo piuttosto che in un altro, e nemmeno può diventare un altro; invece egli è, una volta per tutte, e successivamente conosce che cosa egli sia. Per colori quali seguono il vecchio punto di vista, l’uomo vuole ciò che conosce; per me egli conosce ciò che vuole.”
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