Arthur Schopenhauer

La Rappresentazione

Fedele alla prospettiva kantiana, Schopenhauer rileva nel primo libro de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione (1818) che quello che vediamo e percepiamo è qualcosa di mediato dalle forme a priori dell’intuizione. Tutti i fenomeni si manifestano entro la struttura dello spazio, del tempo e della causalità, che Schopenhauer chiama “principi di ragione sufficiente”, intendendo le necessità di ragione che fanno da precondizione a ogni possibile manifestazione. Spazio, tempo è causalità non sono dunque proprietà della realtà in sé, ma precondizioni della realtà presenti nel soggetto, l'a priori di tutte le possibili forme empiriche: il mondo esiste solo in relazione a un soggetto che lo percepisce, il soggetto cosciente precede il mondo imponendo al mondo la forma che deve assumere. Il mondo empirico è dunque un’illusione, la nostra coscienza distorce la realtà autentica filtrandola attraverso gli schemi a priori dell’intuizione, sicché questo mondo che ci sembra così reale, con tutti i suoi soli e tutti i suoi oggetti, è per Schopenhauer “velo di Maya”, cioè la “distorsione ottica” che nell’induismo fa apparire l’unità originaria del Brahman come una molteplicità spezzata, suddivisa in un’infinità di cose distinte e di “Io” separati.

La Volontà

Ma diversamente da Kant, Schopenhauer mostra come la cosa in sé, cioè la realtà che si trova al di là della forma mediata dal soggetto, non può essere essa stessa un oggetto, poiché l’oggetto si esaurisce interamente nella rappresentazione secondo i modi stabiliti dal principio di ragione. L’oggetto è in tutto e per tutto tempo, spazio e causalità, tolte queste proprietà, dell’oggetto non rimane più nulla. Per accedere alla cosa in sé l’uomo ha a disposizione il suo corpo, che certamente è un oggetto fra gli oggetti, quindi in tutto e per tutto rappresentazione, ma è anche un oggetto dominato da un intimo impulso ad agire che Schopenhauer chiama Volontà. La Volontà è il “perché” dell’oggetto, laddove la rappresentazione può descrivere solo il suo “come”. Tolto il mondo del fenomeno, ciò che rimane è dunque la pura Volontà, le sue qualità si possono dedurre per via negativa: la Volontà non è né spazio né tempo, quindi è senza forma e senza fine, la Volontà non è soggetta alle leggi di causalità, dunque è impulso libero, irrazionale, impersonale, sforzo incessante senz'altro scopo che non sia la mera volontà di continuare a volere.

L’oggettivazione della Volontà

La Volontà non è solo nell’uomo, ma è l’intima essenza del mondo che agisce ed è presente in tutte le cose esistenti: è presente nelle leggi della fisica, nelle forze che tengono unita la materia, è presente nell’impulso che fa protendere le piante verso la luce e in quello che anima tutte le forme viventi, tutto è essenzialmente Volontà, la stessa che ognuno percepisce dentro di sé sotto forma di impulso ad agire. Partendo dalle manifestazioni più semplici delle leggi della natura, incoscienti e meccaniche, la Volontà si oggettivizza via via in organismi sempre più complessi e coscienti, fino ad arrivare all’uomo, in cui prende coscienza di se stessa per mezzo dell’intelletto. 

La rappresentazione è la modalità che assume la Volontà per reiterare all'infinito il suo unico scopo, quello di continuare a volere. L’ordinamento razionale del mondo è l’abito che assume la Volontà per oggettivarsi nel molteplice e riprodurre incessantemente la vita. La Volontà si oggettivizza nel modo più immediato nell’essenza delle cose, archetipi eterni sul modello delle idee platoniche, esse sono il ponte tra l’unità della Volontà e il molteplice delle forme fenomeniche. In ogni singolo oggetto si manifesta l’intera Volontà, gli aspetti meramente quantitativi, la loro moltiplicazione, è affidata esclusivamente alle leggi che governano il fenomeno: 

“La volontà si manifesta tutta intera e con la medesima forza in una sola quercia come in milioni di esse; il loro numero, il loro moltiplicarsi nello spazio e nel tempo, non ha alcun significato dal punto di vista della volontà.”  [...]  “Per mezzo del tempo e dello spazio l’idea si moltiplica in innumerevoli fenomeni, ma l’ordine con cui tali fenomeni si producono in quelle forme della molteplicità è saldamente determinato dalla legge di causalità [...] in forza della quale, spazio, tempo e materia sono ripartiti tra i fenomeni”, “È dunque solo perché quei fenomeni delle idee eterne appartengono tutti a una sola e medesima materia che deve esserci una regola del loro comparire e scomparire: se così non fosse, nessuno di loro farebbe posto all’altro.”

In altri termini, alla Volontà occorre un mezzo che renda possibile la moltiplicazione infinita della vita, questo mezzo è la rappresentazione.

Dall'irrazionale all’ordine razionale della realtà 

La Volontà non possiede una forma o una struttura, al di là del fenomeno non vi può essere un ordine, la realtà è essenzialmente irrazionale. Come può dunque un principio senza scopo e senza forma far emergere un mondo perfettamente ordinato? La Volontà produce un mondo guidato dai principi di ragione a scopo di difesa e di autoconservazione delle creature: senza un ordine razionale non solo non si potrebbe di fatto produrre la molteplicità, ma le stesse forme viventi non riuscirebbero ad orientarsi nel mondo e a soddisfare gli stessi ciechi bisogni della Volontà. La ragione è dunque come una guida vedente e fragile sopra le spalle della cieca e robusta Volontà, uno strumento inevitabilmente subordinato all’impulso universale della vita.

Il mondo è dolore

Poiché la Volontà si manifesta intera in ogni forma vivente, ciascuna forma si trova spinta a desiderare incessantemente, e visto che il mondo è finito, mentre la brama della Volontà è infinita, essa si scontra inevitabilmente con le Volontà infinite delle altre creature. Questa condizione crea un conflitto permanente tra le forme viventi che lottano senza tregua per guadagnarsi il proprio spazio a scapito delle altre. Lotta e dolore sono dunque condizioni intrinseche al mondo: ogni cosa lotta per appagare la sua sete di vita, ogni soddisfazione è fuggevole, alla momentanea soddisfazione segue presto una nuova insoddisfazione, e il desiderio riparte di nuovo in cerca di appagamento: “La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia”. Il mondo è in buona sostanza ciò che il pensiero orientale, al quale Schopenhauer espressamente fa riferimento, chiama saṃsāra, il teatro dell’esistenza segnato costantemente dalla sofferenza e dalle fatiche del desiderio (ma la Volontà è sorda e cieca alla nostra sofferenza, il mondo è solamente il processo che le permette di riprodurre senza sosta il fenomeno della vita).

Placare la Volontà: affermazione e negazione della Volontà di vivere

La quarta parte de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione è dedicata alla filosofia pratica, ma Schopenhauer chiarisce fin da subito che una morale prescrittiva, che impone agli uomini il modo di agire, è pura illusione:

“da questo libro di etica non ci si deve aspettare alcuna prescrizione, alcuna dottrina dei doveri; tanto meno esso fornirà un principio morale generale, una sorta di ricetta universale capace di produrre tutte le virtù” [...] “ed è davvero una contraddizione evidente dire che la volontà è libera e tuttavia prescriverle delle leggi secondo le quali essa deve volere: ‘deve volere’ - un ossimoro!” [Schopenhauer usa qui l’espressione tedesca Hölzernes Eisen, ferro ligneo]

L’imperativo categorico kantiano è dunque privo di senso, non si tratta di prescrivere le regole di una morale universale, quanto di descrivere un processo cognitivo: riconoscendo la Volontà e le sue manifestazioni nella vita pratica sarà la stessa conoscenza ad agire da "quietivo" nei confronti della Volontà. 

Il modo in cui Schopenhauer intende quietare la Volontà rimanda direttamente al pensiero orientale, si tratta di non bruciare più nel fuoco della Volontà per mezzo della conoscenza di sé, così come prescrive la dottrina del nirvāṇa. Vi sono due vie di conoscenza per spegnere il dolore dell’esistenza, una affermativa, e un’altra negativa.

Affermazione della Volontà di vivere: comprendendo la profonda verità che la nostra essenza è in tutto e per tutto Volontà infinita, noi comprendiamo anche che siamo immortali. La morte non esiste, è soltanto un’illusione, a venire meno è solo la nostra individualità, ma quello che siamo nel profondo, oltre l'ineluttabile temporalità del fenomeno, non ci potrà mai essere sottratto. L’istinto di sopravvivenza, che è la conseguenza più diretta della Volontà che vuole vivere all’infinito, ci tiene ancorati all’io, ma comprendendo che una volta sciolti dall’individualità confluiremo in una regione sempre salva dalla morte, l’illimitata regione della Volontà in cui essenzialmente ci troviamo, questa paura si placa e con lei la sofferenza.

Negazione della Volontà di vivere: l’altra via è quella che conduce alla negazione dell’impulso della Volontà. Posto che la Volontà non smette comunque mai di volere e di spingerci ad agire, la conoscenza nel meccanismo che ci fa oscillare tra un desiderio e l’altro ci può portare a volere di smettere di volere smettendo di conseguenza anche di soffrire. È la via dei santi e degli asceti, la via dei monaci buddhisti, ma non c’è bisogno di raggiungere tali livelli di santità per spegnere in noi il pungolo della Volontà, basta essere costantemente coscienti dei modi in cui agisce su di noi.

Ma riguardo a queste due vie Schopenhauer avverte: “Il mio scopo può essere solo quello di esporle entrambe e di condurle entrambe alla chiara conoscenza della ragione, e non di prescrivere o di raccomandare l’una oppure l’altra, il che sarebbe tanto sciocco quanto inutile, dato che la volontà è in sé assolutamente libera, determina se stessa del tutto da sola e non ha alcuna legge”.

La compassione

Posto, come si è detto, che non si tratta tanto di prescrivere quanto di comprendere, in modo che la sola comprensione porti naturalmente dei benefici, si può definire il bene come il riconoscimento che la mia volontà, forma individuata della Volontà di vivere, è la stessa che si trova anche negli altri, così da non cadere nell’egoismo del malvagio, il quale al contrario considera solo la sua volontà o la reputa comunque la più importante, tanto da imporla sugli altri per crudeltà. Ma se noi spezziamo le barriere dell’egoismo e riconosciamo il patire altrui come il nostro, allora si manifesta in noi un comune sentire, un comune patire per tutti gli esseri viventi, in altre parole una compassione universale (Mitleid) che ci fa capire che siamo tutti una manifestazione della medesima Volontà. Questa compassione squarcia il velo dell'illusione fenomenica che ci mostra come fenomeni isolati, e l'uomo comprende che la scissione tra il proprio "io" e quello degli "altri" è un qualcosa di puramente fittizio.

L’impossibilità del libero arbitrio

Un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole, osserva Schopenhauer, intendendo che non possiamo controllare i motivi che ci spingono a volere, le nostre azioni sono determinate da desideri che scaturiscono dalla nostra intima natura, sulla quale non abbiamo alcun controllo. Agire è un essere vincolati alla volontà, e noi non agiamo comandando alla volontà, quanto piuttosto essendone comandati. Il libero arbitrio di conseguenza non esiste, almeno relativamente al piano della rappresentazione. Nella rappresentazione infatti non esiste nulla che non sia motivato da qualcosa, tutto risponde al principio di ragione, lo stesso volere umano, che a noi sembra così libero, è in realtà soltanto l'azione della Volontà universale. Solo la Volontà è dunque libera, essendo al di là del fenomeno.

L’individuo conosce le libere intenzioni della Volontà solo a posteriori. All’intelletto sembra di poter decidere tra due opzioni possibili, ma in realtà è la Volontà che ha già deciso. La volontà nella dimensione empirica si esprime in modo consequenziale, e non può essere altrimenti, glielo impone il carattere temporale della realtà: ogni decisione si manifesta singolarmente, la doppia natura della scelta (per esempio di "bere" o "non bere") appare solo in astratto, in concreto appare solo l'atto determinato dalla Volontà.

Si pensa inoltre che l’uomo può decidere autonomamente ciò che vuole essere, e in questo consisterebbe la libertà del volere, in realtà è il contrario, l’uomo è già se stesso prima ancora di esserne cosciente: 

“Ne segue che l’uomo non può decidere di essere fatto in un modo piuttosto che in un altro, e nemmeno può diventare un altro; invece egli è, una volta per tutte, e successivamente conosce che cosa egli sia. Per colori quali seguono il vecchio punto di vista, l’uomo vuole ciò che conosce; per me egli conosce ciò che vuole.”

[...]