Karl Marx

Il materialismo storico

Per Karl Marx l’uomo non possiede una sua essenza e un proprio carattere originario, l’uomo trae il suo unico significato dal contesto storico ed economico in cui si trova, si esaurisce tutto nelle condizioni materiali in cui è calato. Questa affermazione implica che l’uomo è un mero fatto storico, cambiando la società, cambia anche il tipo di uomo prodotto da quella società. È in quest’ottica che Marx muove la sua critica a Hegel: Marx accusa Hegel di avere invertito l’ordine reale delle cose, Hegel ha fatto dell’astratto (l’Idea, lo Spirito) il soggetto, e del concreto (l’uomo, la realtà empirica) il predicato. È in realtà il contrario, e cioè che sono gli uomini e le loro concrete condizioni di vita che determinano lo spirito:

“Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”

Struttura e sovrastruttura: la struttura di base della società è dunque economica, tutto ciò che forma la coscienza dell’uomo muove originariamente dalle strutture economiche: forze produttive (lavoratori, mezzi, conoscenze tecniche) e rapporti di produzione (relazioni di proprietà). La struttura determina la sovrastruttura: diritto, morale, politica, metafisica, arte, filosofia, religione. Questi elementi non possiedono una propria originalità, una vita propria, ma sono solo il riflesso delle condizioni e dello sviluppo materiale della struttura (la sovrastruttura spesso si configura poi come forma di falsa coscienza, cioè come ideologia prodotta dalla classe dominante per mascherare i reali rapporti di sfruttamento, facendo apparire come naturali le disuguaglianze).

La prassi: da queste premesse consegue che non basta limitarsi ad interpretare il mondo lasciandolo poi sussistere così com’è nella sua realtà concreta, sperando di rimuovere astrattamente l’errore nella mente, ma occorre trasformare concretamente i rapporti di produzione e i presupposti economici di una determinata società, così da cambiare con essi anche le coscienze. 

"i filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo."

È questa la critica che Marx rivolge a Feuerbach e agli hegeliani di sinistra.

La lotta di classe e l'avvento della società comunista

È nel Manifesto del partito comunista (1848) che Marx ed Engels offrono un saggio di quello che sarà poi conosciuto come “socialismo scientifico”, cioè l’azione politica basata non già su una vaga e velleitaria volontà di aiutare i più deboli (socialismo utopico), ma sulla conoscenza scientifica delle condizioni storiche dell’emancipazione del proletariato.

La storia dell’umanità, scrivono Marx ed Engels, non è stata altro che una lunga ed eterna lotta di classe:

“Uomini liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi, oppressori ed oppressi, in opposizione costante, condussero una guerra, ora aperta, ora dissimulata; una guerra che sempre finì con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta.”

Nella moderna società borghese il conflitto fra le classi si riduce alla lotta tra borghesia e proletariato. 

La borghesia: la borghesia fu a suo tempo la grande forza rivoluzionaria che distrusse il mondo feudale. Essa, grazie al metodo di produzione industriale, ha distrutto tutti i precedenti rapporti economici e sociali, tutte le precedenti occupazioni “venerate e venerabili” facendo “del medico, del giurista, del prete, del poeta, dello scienziato, altrettanti operai salariati”. La borghesia ha ridotto tutto a mero calcolo economico. Con il crescere della sua importanza si è impadronita del potere politico (della sovrastruttura ideologica) fino a fare dei governi moderni dei comitati d'affari della classe borghese. Con la forza conferitagli dai più potenti mezzi di produzione, con vocazione universale, la borghesia costringe l’intero mondo ad adottare il sistema di produzione borghese modellando il mondo a sua immagine. 

Il proletariato: ma la borghesia ha prodotto un mondo che non riesce più a controllare. Crisi economiche periodiche mettono in pericolo l’esistenza stessa della società borghese minata dalla sovrapproduzione, come se il sistema borghese fosse troppo angusto per contenere tutta la ricchezza creata. In queste crisi gli individui che ne pagano più le conseguenze sono i proletari, l’esercito di operai impiegati nelle fabbriche, essi sono trattati alla stregua di merci, sfruttati dal sistema, costretti ad inseguire i ritmi di lavoro delle macchine. Ma questo grande numero di individui, originariamente isolati, tendono sempre più a riunirsi in grandi masse, accorpate dalle necessità stesse dell’industria. La borghesia si scava così il terreno sotto i piedi creando i presupposti della futura rivoluzione proletaria: acquistato sempre più coscienza di classe, coscienza del proprio sfruttamento, il proletariato avvierà la crisi che porterà alla fine del sistema di produzione borghese.

La dittatura del proletariato: la prima fase della rivoluzione operaia è la costituzione del proletariato in classe dominante, è la fase della "dittatura del proletariato": il proletariato si servirà della sua supremazia per strappare il capitale alla borghesia e accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, il quale non è altro che il proletariato organizzato in classe dominante. L'operazione avverrà per mezzo di un'azione dispotica nei confronti dei diritti di proprietà borghesi. Ma se la classe proletaria si organizza forzatamente in classe dominante distruggendo completamente la classe borghese, essa distrugge allo stesso tempo le classi in generale, e quindi la sua stessa dominazione come classe, sicché: 

“Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi ed i suoi antagonismi di classe, sorge un’associazione dove il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti.”

Questa associazione è la società comunista, la quale si configura di fatto come una fine della storia, come una definitiva scomparsa dei conflitti di classe.

Il plusvalore: come nasce il profitto

Come abbiamo visto, per Karl Marx lo sviluppo storico è fondato su basi economiche e dunque la conoscenza scientifica dei meccanismi che generano la ricchezza conduce alla previsione storica delle crisi che si produrranno in seno alla civiltà. Il Capitale, il cui primo volume uscirà nel 1867, è l’opera in cui Marx si propone di svelare le leggi economiche della società moderna e i meccanismi profondi del modo di produzione capitalistico. 

Valore d’uso e valore di scambio: al modo degli economisti classici inglesi, di cui Il Capitale vuole essere una critica, Marx distingue tra valore d’uso e valore di scambio di una merce: il valore d’uso è il valore che scaturisce dall'utilizzo di una merce, che misura la sua mera utilità pratica; il valore di scambio è il valore con il quale viene scambiata sul mercato e incorpora la quantità di lavoro necessaria per produrla. Nel sistema capitalistico il valore di scambio diventa predominante, trasformando il lavoro in un mezzo per accumulare valore astratto (denaro) piuttosto che per soddisfare bisogni diretti. 

Il plusvalore: il capitalista acquista una merce speciale, la forza-lavoro, il lavoratore riceve a sua volta un salario che copre il costo della sua sussistenza e che entra nel computo del valore di scambio della merce. Ma il tempo di lavoro necessario a coprire il suo salario non equivale al tempo di lavoro effettivo per produrre quella merce, il lavoratore continua a lavorare anche dopo aver coperto il suo salario producendo un valore superiore. Questo scarto tra il valore del lavoro incorporato nella merce e il valore superiore prodotto è il plusvalore, che va a costituire il profitto del capitalista. Il plusvalore è sfruttamento, lavoro non retribuito che finisce nelle tasche del capitalista. 

Il fallimento del capitalismo

Il pensiero liberale sosteneva che ciascuno, lavorando nel proprio interesse, lavorava anche nell’interesse della totalità, per Marx è in un certo modo il contrario: ciascuno, lavorando razionalmente in funzione del suo interesse, contribuisce a distruggere l’intero sistema. E in quest’ottica che Marx può mostrare come il processo del capitalismo racchiuda in sé i germi della sua stessa distruzione, e intende farlo affidandosi al rigore di una formula matematica (socialismo “scientifico”).

La caduta tendenziale del tasso di profitto: già gli economisti inglesi avevano notato che il tasso di profitto a un certo punto tende a diminuire e ne diedero diverse spiegazioni. Per Marx il tasso di profitto è dato dal plusvalore diviso l’intero capitale investito, costituito dal capitale variabile (il valore dato dal lavoro umano) e dal capitale costante (macchinari e materie prime). E qui interviene la logica capitalista: dato che per battere la concorrenza sono obbligati ad aumentare la produzione, il capitalista abbassa sempre più la quota di lavoro umano per sostituirlo con quello prodotto dalle macchine, e dato che il plusvalore si crea solo dal lavoro umano (le macchine, essendo oggetti inanimati, restituiscono solo ciò che sono costate sotto forma di ammortamento), il tendenziale aumento del capitale costante a scapito di quello variabile fa abbassare fatalmente il tasso di profitto. In altri termini, è la logica stessa del profitto che conduce al fallimento del sistema.

Ma vi sono altri motivi che contribuiranno alla caduta del sistema capitalistico.

Crisi di sovrapproduzione: il sistema è spinto a produrre sempre di più per massimizzare i profitti, tuttavia, per restare competitivi, i capitalisti tengono bassi i salari. Questo crea un paradosso: le merci abbondano, ma i lavoratori non hanno abbastanza denaro per acquistarle, portando allo stallo del mercato.

Anarchia del sistema produttivo: Mancando una pianificazione centrale, ogni capitalista produce ciò che pensa possa generare profitto nel breve periodo, questo porta inevitabilmente a degli squilibri tra ciò che viene prodotto e ciò che serve realmente.

Pauperizzazione: la concorrenza feroce porta al fallimento i capitalisti più deboli, i quali vanno ad ingrossare le fila dei proletari. La ricchezza si concentra sempre più in poche mani, mentre la massa dei lavoratori diventa sempre più povera, creando le condizioni esplosive che porteranno alla rivoluzione. 

L'alienazione

Nella società borghese capitalistica il lavoratore perde il controllo sulla propria vita e sul frutto della propria attività, trasformandosi in mero strumento di profitto. Questa condizione genera un senso di straniamento e di alienazione: “nel sistema capitalistico gli uomini sono alienati, si sono persi nella collettività e la radice di tutte le alienazioni e l’alienazione economica”. Se infatti l’uomo, come abbiamo visto, riceve significato dalle sole condizioni materiali in cui si trova e dalle sole attività che svolge, l’operaio nel regime capitalistico non può che sentirsi ridotto a merce tra le merci. Il lavoro ripetitivo, forzato, lo fa assomigliare a una macchina. Ciò che produce non gli appartiene, il profitto viene ceduto ad estranei. La corsa alla produzione lo mette in competizione con i suoi stessi colleghi, distruggendo alla base i rapporti sociali. Il sistema capitalistico distrugge i valori umani, distruggendo il capitalismo, di conseguenza, l’uomo ritrova se stesso, ritrova il suo significato. 

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