Søren Kierkegaard
Il singolo
La verità originaria per Søren Kierkegaard è la singolarità dell’individuo, il singolo uomo posto di fronte alla sua personalissima esistenza, non dunque l’uomo in quanto popolo, famiglia, stato, chiesa, cittadino, ecc., vale a dire tutte le categorie che di volta in volta caratterizzano l’uomo come elemento di una struttura e parte di un organismo. Solo l’uomo preso in quanto singolo è uomo autentico, al contrario il suo essere dentro la società e inserito in una massa cancella di fatto la portata della sua scelta individuale. La massa è astrazione che cancella l’unicità, nella massa l’opinione pubblica sostituisce la coscienza individuale, uniformarsi alla massa significa scegliere di non scegliere: nella scelta personale di fronte alle infinite possibilità dell’esistenza emerge la vera essenza dell’uomo.
Le infinite possibilità e l'angoscia
Davanti al singolo non c'è un destino già scritto, l'esistenza è scelta. Esistere è infatti un ex-sistere, un non poter permanere in un determinato stato, l'uomo deve continuamente decidere chi essere. Ma la scelta presenta un lato sconcertante: ogni volta che prendiamo una decisione cancelliamo allo stesso tempo tutte le infinite possibilità che avrebbero potuto realizzarsi, questo pensiero crea quella "vertigine della libertà" in cui consiste l'angoscia. Scegliere significa essere i soli responsabili del proprio successo come del proprio fallimento, soli di fronte all'imponderabile (la scelta produce il futuro, il nulla in cui consiste il futuro prima della scelta addossa tutta la responsabilità degli sviluppi futuri sull'individuo). La scelta in Kierkegaard non appare dunque come un atto gioioso e liberatorio, ma come un'angosciante fardello gravato dal peso del nulla e dalla perdita di ciò che giocoforza viene scartato.
Aut-Aut
Se la dialettica hegeliana procedeva secondo uno schema et-et ("e-e"), conservando sempre qualcosa degli opposti nelle sintesi che emergevano via via, lo schema della scelta assoluta implica un'esclusione, il decadere delle alternative possibili. La scelta individuale procede dunque secondo uno schema aut-aut ("o-o"), marcando una distanza incolmabile tra una possibilità di vita e l'altra.
Gli stadi della vita
In relazione alle possibilità di realizzazione l'uomo deve dunque decidere che cosa vuole essere nella vita. Kierkegaard distingue tre stadi, o scelte valoriali del percorso esistenziale, le quali non si possono vivere insieme o prendendo dei valori ora dall'una ora dall'altra a piacere, ma implicano una scelta chiusa, escludente, cosicché per passare dall'una all'altra occorre fare un salto radicale, il salto che è sempre implicato nella decisione (e decisione significa appunto tagliare, separare, escludere).
Lo stadio estetico: rappresenta lo stadio in cui l'uomo si rifiuta di scegliere e vive momento dopo momento, ben disposto al piacere, alla novità e al cambiamento. L'esteta vive in un eterno presente, respingendo il passato e non pianificando il futuro per non legarsi ad alcun impegno e non avere alcuna responsabilità, sceglie di non scegliere, perché scegliere significherebbe rinunciare a tutte le altre possibilità. La realtà concreta viene dunque costantemente sostituita da una sua idealizzazione poetica perché l'esteta non gode tanto dell'oggetto in sé, quanto dell'immaginazione del piacere. Il suo simbolo è il seduttore, il Don Giovanni. Ma questo progetto è destinato a fallire strutturalmente perché l'esteta è costretto a cercarsi piaceri sempre più rari, finché subentra una noia senza via di uscita e la cognizione del vuoto che si nasconde sotto l'aspetto formale della sua vita. Per disperazione, dunque, decide di cambiare compiendo il salto decisivo nello stadio successivo che lo muta radicalmente.
Lo stadio etico: in questo stadio l'uomo decide di assumersi la responsabilità della propria vita smettendo di vivere alla giornata. Cerca la stabilità, rifugge i piaceri effimeri, sceglie se stesso e la propria responsabilità. La sua vita è guidata dalle regole morali, dal lavoro, dall'impegno, il suo simbolo è il marito, l'uomo sposato. Rappresenta l'amore che si fa storia, fedeltà nel tempo e dovere coniugale. L'uomo etico si riconosce nella sua professione che lo rende consapevole del proprio ruolo nella società. La sua vita è pubblica, scandita dalle regole sociali. Ma anche questo progetto è destinato a entrare in crisi. La sua vita gli risulta sempre più meccanica, ridotta a una mera esecuzione di doveri sociali. La presunzione di una vuota eccellenza morale genera in lui un'angoscia che lo spinge a compiere il salto decisivo nella terza e ultima tappa del suo cammino esistenziale.
Lo Stadio religioso: Abramo, il paradosso e lo scandalo
Insoddisfatto di ciò che era l'uomo compie il salto decisivo e si getta dentro la fede in Dio, la decisione più pericolosa proprio perché priva di garanzie. La scelta di Dio non è dettata dal semplice conformismo dello stadio etico, lo stadio religioso rappresenta la scelta del singolo che si trova di fronte al mistero incommensurabile dell'Assoluto, un mistero che può dare però significato alla sua vita. Nell'intima decisione di scegliere Dio, fuori da ciò che è detto dal mondo, vi è l'unica salvezza. E Dio si sceglie non perché rappresenti il porto sicuro, al contrario, la scelta di Dio è salto nell'ignoto. Il simbolo dello stato religioso è Abramo, egli decide di obbedire al comando divino che supera e sospende perfino la morale umana: Dio gli comanda di sacrificare Isacco, per la legge umana sarebbe omicidio, per la legge di Dio una prova di fede. Abramo obbedisce sospendendo la morale umana per raggiungere un fine superiore. Ma la fede è anche scandalo per la ragione: il cristianesimo si fonda sull'idea dell'Eterno (Dio) che entra nel tempo (Cristo) e si fa uomo. Questo paradosso è una sfida per l'intelletto umano, l'unione tra l'infinito e il finito è qualcosa inconcepibile per la logica. Di fronte al paradosso l'uomo sperimenta lo scandalo ma decidendo di scegliere Dio accetta per amore l'assurdo, cioè la fede, il compimento supremo della vicenda esistenziale.
Dio è assolutamente altro
Dio non esiste, scrive Kierkegaard, Dio è eterno, vale a dire che l'esistenza - l'ex-sistere, il non permanere -, è una condizione tipicamente umana, la dimensione di Dio è all'opposto quella dell'Essere che non diviene, la sua qualità è la permanenza. Tra Dio e dimensione umana vi è dunque una differenza qualitativa incommensurabile, Dio è l'ineffabile, e proprio per questo la fede è salto in ciò che non si può mai completamente afferrare. Anche in questo caso si riproduce l'aut-aut: Dio non è Spirito immanente al mondo che si incarna nel cristianesimo storico e nelle istituzioni etiche come è nell'idealismo di Hegel, Kierkegaard mostra che questo atteggiamento è quello dell'uomo nel suo stadio etico, una posa, una vita priva di autentico fondamento, Dio al contrario è uno scandalo anche per la società. Per Kierkegaard, in sostanza, la fede in Dio rappresenta l'estrema possibilità dell'uomo di trovare l'autentico significato della vita, una scelta appassionata e irrazionale, che è possibile solo se l'uomo ritorna a essere individuo astraendosi dalla dimensione sociale. Il tema dell'alterità assoluta della sostanza divina verrà poi ripreso dalla teologia della crisi di Karl Barth e dalla riflessione di Max Horkheimer, oltreché risuonare nel concetto di differenza ontologica heideggeriana, ma questo è un altro discorso.
Critica alla massa e alla cristianità conformista
Il fatto che l'esperienza più autentica della fede sia quella che matura nella dimensione più intima dell'individuo porta Kierkegaard a polemizzare apertamente contro la cristianità che si nutre del riconoscimento ufficiale dello Stato. La fede non è una forma di conformismo domenicale, la fede è scelta di vita radicale sentita individualmente in tutta la sua drammaticità. Se tutti i cristiani lo sono per abitudine, dice Kierkegaard, allora nessuno lo è per davvero, tantopiù se la qualifica di cristiani è somministrata automaticamente dallo Stato all'atto della nascita. Kierkegaard attaccò frontalmente la Chiesa di Stato della Danimarca criticando duramente i pastori protestanti dell'epoca, accusandoli di essere dipendenti statali ben stipendiati che avevano tramutato il Vangelo in uno strumento di stabilizzazione sociale e gestione politica. Il cristianesimo originario rappresentava una rottura con il mondo, la Chiesa ufficiale ha ridotto il messaggio originario a una filosofia ottimistica per rassicurare la buona società borghese. La massificazione è invece nemica del singolo, la dimensione sociale, con il suo adattamento opportunistico alle regole, deresponsabilizza e allontana dall'autenticità della fede. Non si dimentichi poi la polemica contro la filosofia hegeliana: sotto l'influenza della filosofia di Hegel la teologia del tempo spiegò il cristianesimo in modo logico e razionale, facendone una manifestazione dello Spirito, quasi che lo stesso Spirito fosse una realtà superiore allo stesso Dio. Curioso, infine, un passo dal sapore quasi nietzschiano pur con tutte le differenze teleologiche del caso: "Noi uomini abbiamo sempre bisogno degli “altri”, del gregge; noi moriamo, ci disperiamo se non siamo rassicurati dal fatto di essere nel gregge, di essere dello stesso parere del gregge". Anche Kierkegaard combatteva dunque la morale del gregge, pretendeva dall'uomo l'assunzione di una responsabilità individuale, attribuendo alla travaglio della psiche un carattere di genuinità superiore alle produzioni intellettualistiche dell'uomo ridotto a corpo sociale, due forme differenti di razionalismo, che sfociavano l'una in un vitalismo senza Dio e l'altra, quella di Kierkegaard, nell'irrazionale abbandono al mistero divino.
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