Friedrich Hegel
L'idealismo tedesco
L'idealismo tedesco si porta oltre il realismo che pensa il mondo esterno esistente indipendentemente dal pensiero, e lo fa rilevando che il noumeno kantiano, la cosa in sé, è un concetto contraddittorio: se infatti la cosa in sé è ciò che si trova radicalmente al di fuori del pensiero, essa è pur sempre qualcosa di pensato, di conseguenza al di fuori del pensiero non resta nulla: tutta la realtà è contenuta nel pensiero. Cade anche la distinzione tra pensiero e realtà esterna, in quanto il mondo oggettivo "ricade" nel pensato, cioè nell'orizzonte della coscienza, senza la quale il mondo non troverebbe un luogo in cui manifestarsi. È Gottlieb Fichte a rifiutare la cosa in sé, ponendo l'Io (il soggetto infinito) come principio creatore di tutta la realtà. La natura (non-Io) esiste solo in quanto ostacolo all'Io, il quale è obbligato a compiere il proprio dovere morale attraverso il suo superamento continuo. Diversamente, per Friedrich Schelling lo Spirito non è separato dalla Natura ma è l'evoluzione finale della Natura stessa. Natura e Spirito sono due facce della stessa medaglia, si tratta della medesima realtà spirituale e divina che si manifesta in due modalità differenti (Natura come Spirito visibile e Spirito come Natura invisibile).
L'identità tra pensiero e realtà
Friedrich Hegel concepisce il mondo come il processo di sviluppo dello Spirito, cioè come la vicenda del progressivo operare e disvelarsi nell'uomo della razionalità universale. La struttura della realtà è razionale, dato il superamento della cosa in sé, il contenuto della coscienza corrisponde alla realtà per come è nella sua vera essenza. Eliminata infatti la cosa in sé, viene meno anche la separazione tra soggetto che conosce (la coscienza) e oggetto conosciuto (la realtà): la razionalità della coscienza è la stessa razionalità della realtà. Posta l’identità tra coscienza e realtà si può dunque affermare che ciò che la coscienza scopre dentro di sé attraverso lo sviluppo dialettico non è una semplice illusione soggettiva, ma la struttura razionale stessa del mondo che si esprime nel pensiero. Ciò che prende progressivamente coscienza nell'uomo è dunque la totalità della realtà intesa come processo dialettico in divenire, processo razionale e quindi intelligibile.
Reale, razionale e accidentale
La razionalità ha dunque la capacità di determinare lo sviluppo storico reale, dove però “reale” è definito da Hegel come Wirklich (dal verbo wirken, agire, produrre effetti), intendendo la capacità operante, la forza effettiva della razionalità che agisce sul piano della storia manifestandosi nelle istituzioni e nelle culture. La Wirklichkeit rappresenta l’unione razionale e necessaria tra l’essenza (l’idea, il significato) e l’esistenza (la materia). Hegel la distingue dalla Realität, che vuole indicare invece la realtà contingente, la pura esistenza empirica e accidentale che non è dotata di realtà dal punto di vista filosofico. Realität è tutto ciò che potrebbe esistere in un modo come in un altro, mentre la Wirklichkeit esprime la realtà necessaria.
Nell’originale tedesco del celebre motto “ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale” Hegel utilizza il termine Wirklich. Il razionale è dunque per Hegel non un semplice pensare in astratto, ma forza che tende a realizzarsi concretamente ed effettivamente nella realtà. Per contro, nei processi storici presi nel loro complesso e non già nelle singole e contingenti vicende umane che vi sono implicate, è riscontrabile una struttura logica e necessaria che la filosofia ha il compito di decodificare.
Il vero è l'intero: la verità come processo
La razionalità universale implicita nei processi storici è di tipo dialettico, è cioè una struttura in movimento. La verità è un processo dinamico che emerge dall’opposizione e dal superamento delle singole parti. Ogni cosa è parte di un processo e la verità è il compimento di questo processo:
“Il vero è l'intero. Ma l'intero è soltanto l'essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell'Assoluto si deve dire che esso è essenzialmente risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità”
Questo implica non solo che le singole parti prese isolatamente non siano da considerarsi verità, ma che, tolta una singola parte, l'intero sistema perde di significato. La verità nel sistema hegeliano è un tutto organico in cui ogni singola parte è indispensabile alla determinazione del vero (così come in Eraclito ogni cosa trae il significato dalla relazione necessaria con il suo opposto).
Hegel ricorre alla metafora della pianta:
“Il bocciolo dilegua nel dischiudersi del fiore, e si potrebbe dire che quello viene confutato da questo; allo stesso modo, la comparsa del frutto mette in chiaro che il fiore è un falso modo di esistere della pianta, e il frutto ne prende il posto come verità di essa. [...] La loro natura fluida ne fa però, nel contempo, momenti dell'unità organica, in cui non soltanto esse non sono in contrasto, ma l'una non è meno indispensabile dell'altra: ed è solamente questa pari necessità a costituire la vita del tutto.”
Bocciolo, fiore e frutto sembrerebbero l'uno la contraddizione dell'altro, ma il vero non è un momento isolato, il vero è l'intero processo organico della pianta.
La legge dialettica
La legge dialettica che regola il processo dinamico della realtà segue un preciso schema suddiviso in tre momenti.
Momento astratto o intellettuale (Logica): l'Idea si trova ancora in sé, puro concetto astratto. È il momento in cui l'intelletto pensa staticamente le cose isolate, ma la ragione dialettica mostra che ogni concetto non può esistere se non correlato al suo opposto, di conseguenza l'astratto perde la sua staticità negandosi.
Momento dialettico o negativo-razionale (Natura): l'Idea si porta fuori di sé, si fa materia e si disperde nello spazio. È il momento necessario della negazione, forza motrice della realtà. Senza l'esperienza dei limiti del mondo materiale non vi sarebbe alcun reale progresso della coscienza, che si troverebbe bloccata nell'immobilità di una logica chiusa in se stessa.
Momento dialettico o negativo-razionale (Natura): l'Idea si porta fuori di sé, si fa materia e si disperde nello spazio. È il momento necessario della negazione, forza motrice della realtà. Senza l'esperienza dei limiti del mondo materiale non vi sarebbe alcun reale progresso della coscienza, che si troverebbe bloccata nell'immobilità di una logica chiusa in se stessa.
Momento speculativo o positivo-razionale (Spirito): l'Idea ritorna dentro di sé e acquista autocoscienza nell'uomo. È il momento dell'Aufhebung, del superamento, in cui i due momenti si uniscono formando una nuova unità che li conserva entrambi (lo Spirito in quanto riconoscimento dell'operare della Logica nella Natura).
A sua volta il momento speculativo, qualora non sia Assoluto, si trasforma in un nuovo momento astratto che necessita di essere negato formando un movimento circolare.
"Ciascuna parte della filosofia è un intero filosofico, un circolo rotondo e completo in sé."
Lo Spirito Assoluto
Il movimento dialettico non è mai un processo definitivo, ogni momento speculativo ritorna ad essere un momento astratto che necessita di essere negato, ma vi è un caso in cui il movimento si arresta perché il processo giunge al suo massimo sviluppo, Hegel chiama questo momento Spirito Assoluto, "assoluto" perché in esso l'intera realtà è finalmente compresa e lo Spirito non ha più nulla al di fuori di sé da negare o da superare. Lo Spirito Assoluto si realizza pienamente nell'Arte, nella Religione e infine nella Filosofia, che rappresenta il momento supremo di comprensione del tutto. Il movimento dialettico che lo esprime è suddiviso come sempre in tre fasi:
1) lo Spirito Soggettivo: è lo Spirito isolato del singolo individuo che non ha ancora coscienza di sé;
2) lo Spirito Oggettivo: è lo Spirito che si manifesta al di sopra dell'individuo realizzandosi nel concreto delle istituzioni sociali e politiche e che trova la sua massima espressione nello Stato;
3) lo Spirito Assoluto: è il momento finale del processo in cui lo Spirito giunge nell'uomo alla totale autoconsapevolezza di sé, e cioè di essere esso stesso l'intera realtà.
Arte, Religione e Filosofia rappresentano la fase finale in cui l'Idea (la realtà) giunge alla piena coscienza di sé, tutte e tre hanno per contenuto l'Assoluto ma si differenziano per il modo in cui lo esprimono e lo comprendono:
1) l'Arte, l'intuizione sensibile. L'arte rappresenta il primo gradino dello Spirito Assoluto. In questa fase lo Spirito conosce se stesso attraverso le forme materiali e sensibili, fondendo l'infinito dello spirito con il finito della materia. Dall'arte egizia, ancora rozza e incapace di esprimere il perfetto equilibrio tra il contenuto spirituale e la forma sensibile, si passa a quella greca, caratterizzata dal perfetto equilibrio tra contenuto spirituale e forma materiale, per giungere poi all'arte romantica, dove il contenuto spirituale è così traboccante da travalicare la forma sensibile sancendo di fatto la morte dell'arte: da questo momento in poi l'arte smette di essere strumento di conoscenza dell'Assoluto, lo Spirito per comprendersi passa dunque a forme puramente spirituali e razionali quali la Religione e la Filosofia.
2) la Religione, la rappresentazione intellettuale. La religione compie un passo avanti conducendo l'Assoluto dalla forma sensibile alla rappresentazione intellettuale, pur conservando ancora la scissione tra l'uomo e il dio concepito come separato dal mondo e oggetto di timore reverenziale (il sacro). La forma più matura di religione è il Cristianesimo, in quanto i dogmi della Trinità esprimono in maniera simbolica i tre momenti della dialettica: il Padre, l'Idea pura in sé di Dio al di fuori del mondo; il Figlio, dove l'Idea esce da se stessa e si incarna nel mondo facendosi storia (Cristo); infine lo Spirito Santo, in cui il divino e l'umano si riconciliano attraverso la comunità dei fedeli.
3) la Filosofia, il puro concetto razionale. La filosofia costituisce l'ultimo momento dello sviluppo dell'Assoluto, la sintesi perfetta in cui lo Spirito si comprende in forma di concetto razionale. Supera le forme dell'Arte e della Religione rivelando che la verità storica è pura necessità logica e razionale.
La storia
La storia è il dispiegarsi necessario e dialettico dello Spirito del tempo, non un susseguirsi di avvenimenti casuali e senza scopo ma un cammino orientato a un fine preciso: l'autoconsapevolezza dello Spirito e la realizzazione della piena libertà umana.
"la ragione governa il mondo, e quindi la storia universale si è svolta razionalmente."
La ragione dialettica che governa il mondo fa sì che la storia avanzi attraverso contraddizioni e conflitti, i conflitti e le guerre non sono dunque errori della ragione ma i momenti necessari del processo storico.
Gli eroi cosmici e l'astuzia della ragione: a livello individuale la storia è mossa dalle passioni e dalle gesta di grandi condottieri quali Alessandro Magno, Cesare e Napoleone, questi personaggi agiscono sotto l'impulso della gloria e dal successo personale, inconsapevolmente guidati dalla ragione universale che li utilizza come strumenti per raggiungere i suoi scopi. Una volta assolto il loro compito la ragione li abbandona dopo essersene astutamente servita, "eroi cosmici" in quanto adempiono a un compito universale, inconsapevoli esecutori di un disegno più grande di loro.
La libertà e lo Stato come sostanza etica
La libertà dell'uomo si risolve nello Stato per mezzo dell'eticità (Sittlichkeit): superando l'arbitrio individuale l'uomo si identifica coscientemente con le leggi e le istituzioni della comunità. La vera libertà non consiste dunque nel semplice individuo isolato o il "fare ciò che si vuole", ma il ritrovare se stessi in una forma comunitaria che rispecchia la struttura dell'universale. Una volta compreso che lo Stato è l'incarnazione stessa dello razionalità universale che si manifesta nel mondo, l'obbedienza alle sue leggi si produce da sé spontaneamente in quanto esse sono l'espressione più matura e consapevole dei valori, delle tradizioni e della cultura di un popolo.
Sono tre i momenti dialettici che conducono allo sviluppo dello Stato etico:
1) La Famiglia, è il primo momento etico basato sull'amore spontaneo e sulla fiducia reciproca in cui l'individuo rinuncia al proprio egoismo per il bene dei figli.
2) La Società Civile, è lo spazio pubblico, economico e giuridico in cui gli individui atomizzati competono per soddisfare i propri bisogni particolari regolati dalle leggi, il legame tra gli uomini è puramente utilitaristico. Rappresenta la negazione della dimensione familiare fondata sull'amore.
3) Lo Stato, è la sintesi perfetta tra i due momenti precedenti, dove il desiderio di libertà individuale si integra con la necessità della coesione sociale. Lo Stato è l'incarnazione dello Spirito oggettivo e del bene comune: "Lo Stato è la realtà dell'idea etica, lo spirito etico, in quanto volontà manifesta, evidente a sé stessa, sostanziale, che si pensa e si conosce, e compie ciò che sa e in quanto lo sa." Esso è "sostanza" in quanto esiste prima dei singoli cittadini e dà loro una reale identità etica.
2) La Società Civile, è lo spazio pubblico, economico e giuridico in cui gli individui atomizzati competono per soddisfare i propri bisogni particolari regolati dalle leggi, il legame tra gli uomini è puramente utilitaristico. Rappresenta la negazione della dimensione familiare fondata sull'amore.
3) Lo Stato, è la sintesi perfetta tra i due momenti precedenti, dove il desiderio di libertà individuale si integra con la necessità della coesione sociale. Lo Stato è l'incarnazione dello Spirito oggettivo e del bene comune: "Lo Stato è la realtà dell'idea etica, lo spirito etico, in quanto volontà manifesta, evidente a sé stessa, sostanziale, che si pensa e si conosce, e compie ciò che sa e in quanto lo sa." Esso è "sostanza" in quanto esiste prima dei singoli cittadini e dà loro una reale identità etica.
Questi invece i tre momenti che conducono all'Eticità:
1) Il Diritto Astratto: rappresenta la libertà nella sua forma più esteriore e formale in cui l'individuo è riconosciuto come persona giuridica capace di possedere proprietà. È una libertà definita per via negativa e astratta dove ciascuna libertà finisce dove comincia quella dell'altro.
2) La Moralità (Moralität): sposta la libertà dall'esterno all'interno della coscienza del soggetto. È la dimensione del dovere, dell'intenzione e della responsabilità individuale secondo il modello kantiano. Resta una dimensione soggettiva che crea una separazione tra il bene ideale e la realtà concreta (il "dover essere").
2) La Moralità (Moralität): sposta la libertà dall'esterno all'interno della coscienza del soggetto. È la dimensione del dovere, dell'intenzione e della responsabilità individuale secondo il modello kantiano. Resta una dimensione soggettiva che crea una separazione tra il bene ideale e la realtà concreta (il "dover essere").
3) L'Eticità (Sittlichkeit): lo Stato, che si configura come la "sostanza etica consapevole di sé". In questa sintesi il bene smette di essere un astratto "dover essere" interiore e si realizza concretamente nelle istituzioni storiche e sociali: la famiglia, la società civile e lo Stato.
Per Hegel il semplice "libero arbitrio" (la scelta casuale dettata dal capriccio o dalle pulsioni biologiche) è una forma di libertà illusoria e volgare. L'uomo è davvero libero solo quando la sua volontà vuole qualcosa di razionale. Obbedire alle leggi dello Stato non rappresenta un limite alla libertà, ma l'unico modo per realizzarla: il cittadino riconosce la legge dello Stato come la propria stessa ragione oggettivata.
La coscienza infelice
Vi fu un tempo in cui l'uomo viveva una profonda scissione e una dolorosa separazione tra se stesso e l'Assoluto (Dio), sentendosi diviso, limitato e profondamente lontano dall'infinito. Nell'ebraismo, la separazione è totale, Dio è il Signore assoluto, trascendente e giudice, mentre l'uomo è il mero servo, ridotto a nullità. Nel cristianesimo antico e medievale l'uomo tenta di colmare il divario attraverso l'incarnazione di Dio nel mondo, ma Cristo è ormai un'esperienza storica lontana e l'Assoluto non si lascia comunque afferrare come cosa materiale. La coscienza rimane infelice.
Nel cristianesimo medievale la scissione si esprime come sempre in tre momenti:
1) nella devozione, in cui si cerca Dio abbandonandosi al sentimentalismo, senza l'uso della ragione;
2) nel fare e nell'operare, dove l'uomo agisce ma rinunciando interamente alla gloria delle sue azioni, attribuendole al divino;
3) nella mortificazione di sé: Il momento più profondo e drammatico della scissione. Attraverso l'ascesi, l'umiliazione della carne e la negazione del proprio corpo, l'individuo tenta di annullare il proprio io per confondersi con Dio.
Il culmine della mortificazione coincide con il punto di svolta. Nel momento in cui la coscienza si spoglia completamente di se stessa e si affida alla figura del sacerdote (il mediatore tra l'uomo e l'Assoluto), essa tocca il fondo della propria nullità. Proprio in questa negazione totale, l'autocoscienza scopre che il divino non è una realtà estranea, ma è presente dentro di sé. Capisce che l'Assoluto è il soggetto stesso che compie questo percorso. Questa transizione segna il passaggio fondamentale dall'autocoscienza alla Ragione, ovvero la certezza della coscienza di essere, essa stessa, tutta la realtà.
La dialettica servo/signore
Figura tra le più celebri della Fenomenologia dello Spirito, spiega come l'autocoscienza non nasca in modo isolato, ma si sviluppi solo attraverso il conflitto e il riconoscimento. All'inizio, ciascuna autocoscienza sfida l'altra per affermare la propria superiorità, la posta in gioco è la libertà. Il più forte si pone come signore, la parte più debole sceglie di sottomettersi al signore per salvarsi la vita. Il servo dunque inizia a lavorare per il signore, diametralmente, il signore disimpara le nozioni pratiche e diventa sempre più dipendente dal lavoro del servo, non sa più provvedere a se stesso. Il servo, lavorando e producendo da sé le cose, guarda l'oggetto finito e lo riconosce come frutto della propria indipendenza, vi riconosce se stesso. Il signore, che pensava di essere indipendente, scopre di essere diventato schiavo del lavoro del servo. Il servo, attraverso il lavoro, si affranca e scopre di essere il vero signore della situazione, conquistando la propria libertà. Questa figura illustra il processo di evoluzione dell'uomo nella società, il quale acquista forza e coscienza di sé mediante quel lavoro che inizialmente doveva costituire la sua condanna.
Nel pensiero marxiano, la dialettica hegeliana diventa la base per comprendere la lotta di classe tra la borghesia (il signore) e il proletariato (il servo), come nel modello hegeliano, è il lavoratore che, producendo la ricchezza reale, detiene le chiavi del cambiamento storico e della futura liberazione.
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