David Hume

 Il Trattato sulla natura umana

Con il Trattato sulla natura umana (1739) David Hume si propone di fondare empiricamente una scienza dell'uomo applicando il metodo di Newton allo studio della mente e della morale. 

In particolare il trattato si propone di:

1) Logica e Conoscenza: tracciare i limiti della mente dimostrando che ogni idea proviene esclusivamente dalle impressioni suscitate dai sensi; criticare il principio di causa-effetto mostrando che il legame causale non è una legge di natura ma una tendenza psicologica a ritenere leggi universali i semplici fatti che si ripetono; negare il concetto di anima e di sostanza sostenendo che l'io è da intendere solamente come un flusso continuo di percezioni.

2) Passioni ed Emozioni: sottomettere la ragione alle emozioni dimostrando che la ragione è una facoltà sottomessa agli impulsi emotivi; analizzare l'agire dell'uomo spiegando come a muovere concretamente il comportamento umano siano passioni quali l'orgoglio, l'umiltà, l'odio e l'amore.

3) Morale e Società: rifiutare il razionalismo morale sostenendo che le differenze tra bene e male non sono motivate dalla ragione ma dai sentimenti; fondare l'etica sulle emozioni spiegando come la virtù e la giustizia siano mosse dalla simpatia, cioè dal comune sentire e dall'immedesimazione nei problemi dell'altro.

Il contenuto della mente: impressioni e idee

Per Hume la mente contiene essenzialmente due classi di percezioni: le impressioni e le idee.

Le impressioni sono le percezioni più vivide e immediate, quelle che hanno più forza, e comprendono non solo le sensazioni, ma anche le emozioni, le passioni, i sentimenti, sono in ultima analisi l'esperienza, sicché si può dire che l'esperienza è l'insieme delle impressioni. 

Le idee sono invece le immagini meno vivide che ci rimangono delle impressioni, e conseguentemente anche i ragionamenti ad esse collegati. Secondo il principio della copia, ogni idea semplice è la copia meno vivida di un'impressione semplice corrispondente. Le idee sono in sostanza il pensiero e il ricordo delle impressioni (il ricordo di un dolore, il pensiero di un fatto accaduto, ecc.).

Ogni idea muove dunque da un'impressione originaria corrispondente, di cui è la derivazione. Questo permette a Hume di muovere la sua critica agli oggetti della metafisica: "Quando noi abbiamo, perciò, qualche sospetto che un termine filosofico sia impiegato senza alcun significato e idea (come è purtroppo frequente), bisogna soltanto che ci domandiamo: da quale impressione è derivata quella supposta idea? E se è impossibile assegnarne alcuna, questo servirà per confermare il nostro sospetto".

La critica al principio di causalità

Tutti i ragionamenti intorno alla realtà, osserva Hume, si fondano sul principio di causalità, cioè sulla convinzione che esista una relazione di causa/effetto che lega gli eventi tra di loro. Ma questa relazione non può essere dimostrata a priori, essa sorge interamente dall'esperienza.

L'esempio delle palle da biliardo: supponiamo di percepire una palla da biliardo A che si mette in moto e tocca la palla da biliardo B. Se ci venisse domandato di stabilire l'effetto di A su B senza basarci sulle osservazioni fatte in passato noi comprenderemo immediatamente che ci è impossibile stabilire cosa succederà senza l'apporto dell'esperienza e la nostra mente si troverebbe a inventarsi letteralmente l'effetto che dovrà prodursi. 

Il principio di causalità è dunque una congettura, la sua evidenza ha un valore soltanto psicologico: la causalità è l'abitudine a considerare che la successione ripetuta di due eventi sia il frutto di una legge metafisica che li lega tra loro. In altre parole, quando osserviamo una successione di eventi, noi non vediamo effettivamente la connessione necessaria che li lega, ma impariamo ad aspettarcelo solo per l'abitudine che abbiamo fatto a quella successione di eventi.

La critica all'idea di sostanza

Se non possiamo di fatto dimostrare l'esistenza di leggi necessarie che legano fra di loro i fatti empirici allora ogni possibile conoscenza universale si limita alle relazioni tra le sole idee, come per esempio il caso delle proporzioni matematiche e i principi della logica, verità a priori indipendenti dall'esperienza (concetto che verrà poi ripreso da Kant).

Hume di conseguenza muove una critica all'idea di sostanza, per Hume la sostanza è soltanto una costruzione mentale, non una realtà oggettiva in sé. Se analizziamo l'idea di sostanza, infatti, noi ci accorgiamo che non ne abbiamo mai un'impressione immediata, che sia visiva, tattile o uditiva, noi percepiamo solamente un fascio di impressioni semplici che si presentano unite e per comodità la nostra mente immagina che esista un invisibile principio unificatore corrispondente (la sostanza). Ma associare un nome a un fascio di percezioni è soltanto un'abitudine linguistica e psicologica, in realtà esistono solo fasci di percezioni privi di una sostanza di riferimento. (da notare le assonanze con il pensiero nietzschiano, per cui il mondo è in realtà puro caos e l'ordine razionale un'invenzione umana posta a scopo di difesa).

L'etica del sentimento 

Per Hume il bene e il male non sono verità logiche affrontabili dalla ragione, bene e male sono piuttosto delle reazioni emotive di approvazione o disapprovazione. La logica può solo constatare fatti, non ha il potere di muovere la volontà né di produrre motivazioni morali. 

Vizio e virtù non sono proprietà intrinseche agli oggetti ma sentimenti che nascono nel soggetto quando osserva determinate azioni. La logica verifica verità fattuali, calcola i mezzi più adatti a raggiungere uno scopo, ma proprio perché vizio e virtù sono sentimenti, definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato esula dai suoi compiti. In fatto di etica vi è dunque una preminenza della passione sulla ragione.

Il motore dell'etica è la simpatia (nel senso etimologico di "sentire, provare insieme", simile al concetto moderno di empatia), la simpatia è quel meccanismo psicologico innato che funge da specchio: essa ci permette di partecipare alle passioni e allo stato d'animo dell'altro, provando piacere per la sua felicità e dolore per la sua sofferenza (qui l'assonanza è invece con la Mitleid di Schopenhauer).

I giudizi di approvazione morale si orientano spontaneamente verso ciò che si ritiene utile e vantaggioso per la comunità. Un comportamento generoso viene percepito come buono e giusto perché la simpatia spinge a intravedere il benessere collettivo che ne deriva, mentre l'ingiustizia suscita un immediato senso di disapprovazione e di disgusto non solo perché apre alla possibilità di venire danneggiati, ma perché attraverso la simpatia ci figuriamo il dolore della vittima.

A tal proposito Hume distingue tra virtù naturali e artificiali:

Virtù naturali sono tutte le inclinazioni umane spontanee e immediate dettate dalla generosità, quali la compassione o l'altruismo;

Virtù artificiali sono tutte le disposizioni che scaturiscono dalle convinzioni sociali e dalle regole di convivenza civile, quali il rispetto della proprietà privata, la giustizia, la fedeltà ai patti, la lealtà verso le leggi dello Stato. 

Le virtù artificiali, a loro volta, vengono interiorizzate fino a venire percepite come naturali. L'interiorizzazione avviene sotto la spinta dell'educazione precoce e dell'approvazione sociale. Legislatori e governanti, che hanno un forte interesse a mantenere l'ordine sociale, elogiano pubblicamente i comportamenti ritenuti utili al mantenimento dell'ordine, definendoli "nobili" e "onorevoli", condannando come "vili" e "disonorevoli" i comportamenti contrari. Poiché gli esseri umani tengono immensamente al giudizio altrui e a conquistarsi l'approvazione delle altre persone, il desiderio di approvazione e l'evitamento del biasimo spingono gli uomini a conformarsi alle regole. 

L'educazione precoce dei fanciulli, poi, a cui vengono insegnate le regole della giustizia fin dall'infanzia presentandole come principi sacri e inviolabili, contribuisce a formare una seconda natura nel bambino attraverso la ripetizione e l'abitudine, e i bisogni di approvazione sociale che inizialmente venivano appresi dall'esterno a poco a poco si interiorizzano. Quel che era nato come un calcolo utilitaristico diventa così un'abitudine profonda della mente e acquista le caratteristiche di una legge metafisica, di un sentimento morale originario che non esiste di per sé ma è ugualmente creduto esistente.

L'abitudine

L'abitudine per Hume è quella disposizione fondamentale dell'animo che funge da grande guida della vita umana. Non si tratta di una facoltà razionale, essa è piuttosto un istinto, una forza irrazionale che spinge la mente a proiettare il passato nel futuro. La stessa conoscenza si fonda sull'abitudine, così come abbiamo visto riguardo al principio di causa-effetto: l'abitudine a registrare gli eventi che si susseguono uguali date certe premesse spinge gli uomini a creare leggi naturali. La ripetizione dell'esperienza e la costanza con la quale certi avvenimenti si ripetono sviluppa un automatismo per cui alla vista di A ci si aspetta immediatamente di vedere B. Questa abitudine mentale spontanea si interiorizza a tal punto che la mente si convince che esista tra i due eventi un legame effettivo, mentre è la mente che crea un'illusione di necessità. 

Hume fa notare che la ragione non può garantire che il futuro sarà sempre uguale al passato. Il fatto che il sole sia sorto ogni giorno fino a oggi non garantisce logicamente che sorgerà anche domani. È solo l'abitudine a generare in noi questa certezza psicologica. La regolarità della natura, dunque, non è una proprietà intrinseca del mondo esterno, ma una nostra proiezione interna.

L'abitudine genera poi una vera e propria fede, una credenza dell'esistenza della realtà esterna e della stabilità delle leggi naturali. La conoscenza empirica si presenta così come una forma di fede soggettiva di natura probabilistica.

Ma l'abitudine, nonostante generi illusioni, è allo stesso tempo biologicamente e concretamente indispensabile. Senza questa abitudine non potremmo regolare le nostre azioni quotidiane, come per esempio scegliere il cibo che ci nutre o sapere che il fuoco brucia, le scienze stesse si fondano sull'abitudine, creando congetture utili e indispensabili (tutte le leggi scientifiche sono solo congetture). La ragione scopre che le nostre certezze non hanno perlopiù un fondamento razionale, tuttavia la natura umana ci salva dalla paralisi permettendoci di agire e di vivere nel mondo sulla base di ciò che ci è familiare e ricorrente.

Ci guida dunque un istinto, siamo tutti vittime di un inganno necessario senza il quale non potremmo materialmente orientarci nel mondo: questo è il fondamento dello scetticismo humiano dal quale Kant prenderà le mosse per operare la sua rivoluzione copernicana del pensiero. 

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